"Esci?"
"Esco. Ti porto qualcosa?"
Mi segui con quegli occhi attenti e intensi che ricordano quelli di un cane, umiliato dal semplice fatto di chiedere qualcosa, dall'ansia di controllare e dall'umiliazione del bisogno di conferma.
"Torno presto."
"Prendimi le sigarette." e butti il pacchetto vuoto sul pavimento sporgendo il braccio dalla poltrona dove sei annidato.
"Ti fa male fumare tanto" dico, e rido. E ridi con me, la tua voce ricca di velluto, la tua voce da zingaro che amo tanto, ridiamo insieme del nostro scherzo privato e crudele.
Esco, e non hai nemmeno il coraggio di chiedermi quanto presto, dove vado.
Scendo le scale a due a due, facendo attenzione che nell'androne non si senta questo passo veloce che pare una fuga, pensando che ti odio in modo tanto rovente che se adesso ti toccassi ti lascerei le impronte carbonizzate delle mani sulla pelle.
Fuori è uno di quei settembri che ti riempiono di vita, una cartolina di foglie incendiate di sole e sbiondite di freddo che coronano le mura rosse.
Ci arrivo di corsa, marcando forte il passo, e mi fermo a guardare quel viale di biciclette e coppie abbracciate che si snoda pigro come un serpente, e più in basso i prati larghi che sembrano fatti per il frisbee e per pomiciare: Ferrara è una città di marmi e pietre che improvvisamente si fa incorniciare da queste mura orgogliose dalle quali straripano gli alberi e la vita, come se costruisse un baluardo mentale tra la campagna che la circonda e la grazia sontuosa dei suoi palazzi.
I giardini, a Ferrara, sono tutti chiusi.
Settembre è la stagione dei ricordi, e delle malinconie: la prima quella di camminare sola tra chi solo non lo è, e sfiorare sorrisi e mani intrecciate, rubare baci e risate, litigi e musica. La solitudine è il mostro che si affaccia alla barriera dell'odio e rende i ricordi appuntiti come sassi sotto le palpebre.
Nove mesi indietro, un flash.
Trascino la valigia attraverso le sale del Lax che pare enorme, e pieno di gente, e così rumoroso da stordire, cercando fuori dai vetri con lo sguardo quel cielo losangelino di cui ho solo letto, e tu sei là, con una valigia altrettanto enorme e la stessa aria un po' persa di italiano che arriva in america, a chiedermi se sono anche io una dei corsisti dell'UCLA.
Quando ti vedo gli occhi di zingaro è già tardi, perchè il ruvido che hai nella voce mi ha già graffiato l'anima.
Quella notte ho pensato, tenendoti contro il collo, ascoltando il respiro pesante e sentendo il peso della gamba che metti di traverso sulle mie in un gesto che è diventato familiare, che tu valevi la pena.
Leggi poesie di Neruda con l'accento spagnolo temprato dagli Erasmus e dalle notti di Barca, le scrivi con le unghie sulla mia schiena, mordendomi piano la nuca "Quando estas veja, nina.." mi dici all'orecchio con un ricatto tenerissimo.
Sei mesi indietro.
"Ti gratti come se avessi le pulci" rido.
"Ho questo prurito continuo. Ma guardami, sono dimagrito: tu mi esaurisci, nina, dovrò starti lontano" menti ridendo e tirandomi addosso a te sul letto che non rifacciamo mai perchè sarebbe inutile, perchè disfarlo è la vertigine totale di una condivisione che non ha uguali.
Mi accorgo dopo qualche giorno che sudi continuamente, e che i tuoi occhi, occhi di gitano, sono lucidi di febbre, che sei caldo e non solo perchè ogni momento libero lo passiamo a fare della pelle l'altare del nostro essere noi. Me ne accorgo perchè mi fai l'amore disperatamente, e nemmeno te ne accorgi, nè me ne accorgo io allora. Lo so ripensandoci. lo so adesso.
Cinque mesi, i corridoi.
Abbiamo aspettato in quel corridoio elegante, con le poltroncine di plastica di design che pensavo, guardandole, che sono belle e facili da disinfettare. La pelle e la tela non si potrebbe vero?
Poi siamo andati via, e mi hai preso la mano e non potevo piangere perchè se l'avessi fatto l'avrei reso vero, e mi hai detto "prendiamoci una vacanza" e io ho solo fatto segno di si.
Siamo partiti con la mia macchina, quella comprata là e che dicevo che avrei rimpianto per sempre, e così è: è da quella volta che corro come avessi il diavolo alle calcagna, corro senza saperlo, per tener lontano il resto.
Abbiamo parlato, e tu hai detto di no, e ti odiato in quel momento che non mi hai accolto nel salto con te, e mi hai letto questa poesia che mi rode l'anima dicendomi "Vedi nina, avrei voluto dirlo io, ma era detto tanto perfettamente che non potevo inventarmi altro. Non l'ho rubata, l'ho presa a prestito per te."
Tre mesi. Ferrara.
Siamo venuti qui, nella mia vecchia casa di famiglia, la casa dove sono cresciuta, perchè tu l'impregnassi con la tua presenza e la rendessi tua, la casa dove ho imparato ad odiarti con tanta ferocia da spaventarmi, da svegliarmi la notte e guardarti dormire pensando a come premerti un cuscino sulla faccia e schiacciare finchè non smetti di dibatterti e non respiri più.
Ti odio perchè sgoccioli via, e guardo passare il tempo con le ombre del platano del giardino, sapendo con una lucidità di pazza cosa sarà.
Odio il tuo peso di farfalla quando ti lavo, detesto le vene fragili che ti sporgono dalla pelle, odio la tua voce, sempre quella, quella che è rimasta uguale a leggermi poesie, a rileggermi spesso la stessa come fosse un testamento.
Ti odio perchè esprimi la mia piccolezza e la paura angosciante di essere sola, e per questo scappo via sempre più spesso, a passeggiare, a fare spese, a fare mille cose inutili che mi tengano lontano da te, per infliggerti lo stesso spasimo che sento arrivare: ti punisco e sento che non hai il coraggio di chiedermi niente, che sei stato annientato dalla debolezza e dal bisogno e che non sarò più la bocca che ti divora, e la pelle che ti cerca e i respiri di notte.
Odio che tu non faccia l'amore, che non mi prendi più, odio che mi accarezzi per quietarmi e che cerchi di accontentarmi come puoi, con una malinconia così lontana che trasforma il sesso in un giudizio, nell'asettico guardare da fuori qualcuno che geme e grida. Non così, così ho vergogna.
Ti odio perchè ti amo.
E dopo tanti anni, e tempo, e cose, ancora oggi odio l'abbandono che mi hai imposto, e che non riesco a perdonare.
"Se muoio sopravvivimi con tanta forza pura
che tu risvegli la furia del pallido e del freddo,
da sud a sud alza i tuoi occhi indelebili,
da sole a sole suoni la tua bocca di chitarra.
Non voglio che vacillino il tuo riso nè i tuoi passi,
non voglio che muoia la mia eredità di gioia,
non bussare al mio petto, sono assente.
Vivi nella mia assenza come in una casa.
E' una casa sì grande l'assenza
che entrerai in essa attraverso i muri
e appenderai i quadri nell'aria.
E' una casa sì trasparente l'assenza
che senza vita io ti vedrò vivere
e se soffri, amor mio, morirò nuovamente."